I selfie dei bardati nei reparti Covid: un fenomeno diffuso che divide il web.

Da una parte c’è chi lo considera un piccolo momento di svago, un modo insomma per esorcizzare la fatica e la frustrazione legate a lunghe ed estenuanti ore di lavoro in corsia. Dall’altra c’è invece chi lo vede come un’assoluta mancanza di rispetto verso chi, in quei reparti, vive con sofferenza l’isolamento e la malattia o, peggio ancora, è passato a miglior vita. Mi riferisco ad un fenomeno sempre più diffuso sui social, quello cioè dei selfie sul posto di lavoro e in particolare nei tanti reparti Covid degli ospedali italiani. Una consuetudine che ha contagiato tutto il personale sanitario, Oss inclusi, e che negli ultimi giorni è diventata oggetto di discussione su alcuni gruppi Facebook riservati agli operatori sanitari.

Ho già affrontato questo argomento in passato, circa un anno fa, quando nessuno avrebbe mai immaginato che una terrificante pandemia, da lì a poco tempo, avrebbe messo il mondo in ginocchio. In quell’articolo, dal titolo “Troppi selfie in camice: la generazione degli Oss 2.0”, affrontavo la questione dell’utilizzo improprio degli smartphone sui luoghi di lavoro da parte di alcuni operatori sanitari, ricevendo anche qualche critica. Tutto ciò perché consideravo fuori luogo (oltre che illegale) realizzare e pubblicare “scatti” ritraenti sorrisi smaglianti, labbra carnose e sguardi accattivanti di operatrici ed operatori in camice e durante le ore di lavoro. Sullo sfondo letti di degenza e corsie ospedaliere. Adesso quei sorrisi sono coperti da mascherine e visiere protettive che contribuiscono a rendere “più fighi” alcuni selfie.

La drammaticità della situazione attuale non è servita infatti a far placare il fenomeno, anzi, sembrano essere aumentate le manie di protagonismo di alcuni operatori e il conseguente processo di spettacolarizzazione dei luoghi di lavoro. Sono cambiati i costumi ma il bisogno di apparire è aumentato. Mi rendo conto che un discorso del genere, in piena era “TikTok”, faccia di me un troglodita. L’esibizionismo è la perversione del nostro tempo e devo farmene una ragione. E’ vero. Ma a tutto c’è un limite.

Come sottolineavo prima, oltre ad essere una tendenza ignobile che denota un evidente vuoto esistenziale, la mania dei selfie scattati a lavoro, e in particolare nelle strutture sanitarie, rappresenta in alcuni casi una chiara violazione della legge. Chi realizza un selfie durante le ore di lavoro rischia infatti il licenziamento per giusta causa perché sta utilizzando uno smartphone in un luogo in cui generalmente non è consentito. In un ambiente sanificato, quale dovrebbe essere un qualsiasi reparto ospedaliero o di una struttura sanitaria, la presenza di un telefonino inoltre viola alcune norme igienico sanitarie fondamentali. Se la foto, poi, dovesse essere divulgata su internet, con la possibilità di diffondere dati sensibili (strumenti di lavoro o volti di pazienti e minori), si potrebbe correre il rischio di subire una denuncia per violazione della privacy.

Al di là degli aspetti legali, l’argomento inevitabilmente ha acceso un dibattito tra gli addetti ai lavori. C’è chi minimizza il fenomeno asserendo che in fondo “non c’è nulla di male”, e chi invece considera questa tendenza orripilante da un punto di vista professionale, etico e morale. Potete immaginare da che parte sto.

Marco Amico

Operatore socio sanitario, blogger e giornalista. Ho 35 anni, una laurea in Lettere e Filosofia, che c'entra poco con la mia professione, e la passione per la scrittura, le bici, le serie TV, i libri, la storia. Lavoro in una casa di riposo e nel tempo libero scrivo articoli d'informazione socio-sanitaria.

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