I cinque errori più frequenti che si commettono quando ci si iscrive ad un corso Oss.

La decisione d’intraprendere un percorso didattico per la formazione di Operatori Socio Sanitari è spesso determinata da motivazioni assai personali. Alcune sono davvero legittime e molto convincenti. Altre invece lo sono un po’ meno. Anzi, è proprio il caso di dirlo: non lo sono per nulla! Con qualche sorriso ricordo ancora il mio primo giorno di corso, frequentato qualche anno fa nella mia città, Siracusa. Quel giorno, uno degli organizzatori chiese a noi corsisti di presentarci e di esporre brevemente il motivo che ci avesse condotti lì, in quell’aula, ad imbatterci in questo nuovo percorso formativo. Sempre con il sorriso, ricordo come all’epoca rimasi sconcertato dinanzi alle dichiarazioni fornite da alcuni colleghi corsisti. Solo in un secondo momento ho realizzato che tali asserzioni non corrispondevano a dei rarissimi casi isolati ma, ahimè, erano semplicemente il prodotto di un’opinione comune assai radicata e di un modo di pensare che ancora oggi risulta dominante nel panorama socio sanitario italiano. In questo articolo parlerò dei cinque errori più frequenti che si commettono quando ci si iscrive ad un corso oss.

#Errore1: pensare di avere più opportunità di lavoro.

“Iscriviti ad un corso Oss e vedrai che troverai subito lavoro”. Chi di voi non ha mai, almeno una volta, sentito pronunciare questa frase? Purtroppo è davvero triste dover ammettere che molti decidono di fare questo lavoro per necessità, o peggio, per disperazione. Il raggiungimento di una rassicurante stabilità economica è senza dubbio l’obiettivo legittimo di ogni individuo, ma non può rappresentare ovviamente il motivo cardine che giustifichi in qualche modo l’iscrizione ad un percorso di studi o professionale. Un discorso che non fa una piega e che vale il doppio se fatto per un settore particolare come il nostro, dove il senso del dovere, la predisposizione all’aiuto, l’attitudine al sacrificio e all’ascolto devono essere, nei limiti del possibile, anteposti all’aspetto prettamente monetario.

#Errore2: pensare di trovare sin da subito occupazione in ospedale.

Un altro errore comune commesso da chi si appresta ad iniziare un corso Oss è quello di pensare che, dopo aver conseguito l’attestato di qualifica, si è già pronti per intraprendere una carriera ospedaliera. La maggior parte dei corsisti decide, non a caso, di effettuare il tirocinio negli ospedali, escludendo a priori altre possibilità ed ignorando che il servizio in un nosocomio rappresenta, il più delle volte, l’apice di una carriera lunga e molto travagliata. L’ingresso nel mondo della sanita pubblica, anche in un fase di grave emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo, è subordinata infatti al superamento di un concorso a cui partecipano migliaia di colleghi e il cui risultato non è per nulla garantito. Esistono diversi ambiti in cui può essere impiegato un Oss: nelle RSA, nelle case protette, nelle residenze per anziani o per disabili, nelle comunità alloggio, nei centri di riabilitazione eccetera. L’Oss è una figura molto richiesta anche (e soprattutto) in ambito privato. Non sottovalutate mai questa considerazione.

#Errore3: pensare di essere un infermiere mancato.

Non so a voi, ma a me è spesso capitato di incontrare nel mio percorso dei fenomeni che hanno deciso di iscriversi ad un corso Oss dopo aver fallito le prove di accesso nei corsi di laurea in infermieristica. Sprovvisti di onestà intellettuale (e pure di un barlume di umiltà), tali fenomeni (non sono pochi!) sono molto probabilmente convinti che il corso Oss sia una sorta di “scorciatoia”, o ancor peggio “un premio di consolazione”. Su questo blog, in più di un’occasione, ho trattato l’argomento del rapporto professionale tra infermiere ed Oss. Un rapporto basato sulla collaborazione ma non sulla sostituzione reciproca tra l’una e l’altra figura. In altri termini: l’Oss non è un infermiere, l’infermiere non è un Oss.

#Errore4: pensare di essere un missionario, un attivista, un martire, in azione per chissà quale nobile causa.

Con una retorica a dir poco nauseante qualcuno ci ha detto: “L’Oss non è una professione, ma una missione”. Io invece dico che non esiste baggianata più grande. E mi rincresce che tra i sostenitori di questo “anti-pensiero” risultino anche alcuni rispettabilissimi colleghi che come me, oltre ad esercitare la professione di Oss, si occupano (per passione) di comunicazione socio-sanitaria  online. Si tratta di un’idea diffusa e contorta che si ha dell’Operatore Socio Sanitario, considerato alla stregua di un volontario affetto da “sindrome del buon samaritano” (o, se volete, da “complesso della crocerossina”). Vittima di soprusi, sfruttato e malpagato. Insomma un “eroe silenzioso” chiamato a lottare da solo e nell’anonimato per la salvezza del mondo. Niente di più patetico! L’Oss è semplicemente una figura professionale, niente di più, e le auto commiserazioni non contribuiscono sicuramente al miglioramento e all’evoluzione di questa categoria.

Errore5: pensare di poter svolgere questo mestiere perché in passato vi siete presi cura di vostra nonna.

Siamo alla follia! Eppure qualche aspirante operatore ha fornito veramente questa spiegazione nei quesiti motivazionali di iscrizione al corso. C’è veramente chi pensa che accudire la propria nonna sia da considerare un’esperienza formativa che possa giustificare una scelta così importante.

Marco Amico

Operatore socio sanitario, blogger e giornalista. Ho 35 anni, una laurea in Lettere e Filosofia, che c'entra poco con la mia professione, e la passione per la scrittura, le bici, le serie TV, i libri, la storia. Lavoro in una casa di riposo e nel tempo libero scrivo articoli d'informazione socio-sanitaria.

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