“Ma chi me l’ha fatto fare?” Quante volte ce lo siamo chiesti.

Ricevo e condivido questa mail scritta da un utente che ha voluto mantenere l’anonimato:

“Buongiorno, sono un operatore socio sanitario di 46 anni e ultimamente mi sta capitando di mettere in discussione la mia professionalità e di avere qualche rimpianto per aver intrapreso questo percorso lavorativo. Lavoro in una RSA di Bari e da qualche settimana, senza un motivo valido, sto avendo la sensazione che il mio lavoro sia più pesante del solito. Forse, ad essere sincero, dei motivi ci sono: il rapporto con i colleghi non è più idilliaco come una volta, i pazienti sono sempre più esigenti, il mio datore di lavoro sta iniziando ad opprimermi. A ciò devo aggiungere anche che il mio stipendio è al di sotto della media. Anche in situazioni di riposo, a casa, non riesco a rilassarmi totalmente. Grazie per l’ascolto, buona giornata”.

Caro collega ti scrivo…

“Ma chi me l’ha fatto fare?”. Mi capita spesso di sentire questa frase e credo, almeno una volta nel corso della nostra carriera professionale di operatore socio sanitario, che tutti ci siamo posti questa retorica e fatidica domanda, alla quale spesso non siamo riusciti a dare una risposta. Turni massacranti, sveglie all’alba, notti insonni, pazienti difficili, colleghi insopportabili, datori di lavoro opprimenti, stipendi in ritardo o inadeguati.

Caro collega, tutto ciò produce nella tua mente un senso di rabbia e di frustrazione tale da compromettere la tua serenità al lavoro e la qualità stessa della tua vita privata, portandoti nei casi estremi a realizzare che forse quel percorso intrapreso tanti anni fa non era esattamente ciò che hai sempre desiderato. “L’operatore socio sanitario non è un mestiere, ma una vocazione”, così molti asseriscono, facendo riferimento ad una professione particolare dove il sacrificio e la pazienza vengono prima delle gratificazioni personali e dei compensi economici. Un’espressione spesso utilizzata e sulla quale non sono assolutamente d’accordo. L’Oss è un lavoro ed in quanto tale merita rispetto e riconoscenza da parte delle istituzioni ed un inquadramento contrattuale più adeguato, soprattutto in ambito privato. Sicuramente non è un lavoro come tutti gli altri ma è un pur sempre un lavoro e se svolto nel pieno rispetto delle regole può regalare tantissime soddisfazioni.

L’operatore socio sanitario è la figura più vicina, professionalmente e umanamente, al paziente. Più di ogni medico, più di un qualsiasi infermiere. Il legame che s’instaura tra l’operatore e il paziente va ben oltre il concetto di professione, in senso lato. Si estende fino a permeare la sfera intima dei sentimenti e delle emozioni che inevitabilmente ti caratterizzano come lavoratore e soprattutto come uomo. Se è vero che il sorriso sia contagioso, credo che lo stesso valga anche per il pianto e la sofferenza, e noi operatori siamo costantemente a contatto con essa. Ti è stato detto di essere empatico ma anche di non occupare lo spazio vitale del paziente, che la persona viene prima dell’anziano, del disabile o del malato, ma anche di non lasciar trasparire nessun coinvolgimento emotivo. È in casi come questi che individuare il comportamento più adatto da seguire non è per nulla semplice.

Ma allo sconforto, inevitabile in certi casi, può e deve subentrare la speranza, necessaria in tanti altri. Noi operatori, spesso considerati l’ultima ruota del carro della sanità, siamo eternamente portatori di speranza. Quando riusciamo, anche per un solo istante, a trasformare quel pianto in un sorriso, la nostra giornata di lavoro riacquista inaspettatamente un senso. Il sorriso di un anziano che ti ringrazia per il lavoro svolto è la più bella soddisfazione che il tuo lavoro possa regalarti. È da questi elementi, apparentemente banali, che puoi riconquistare la fiducia in te stesso indispensabile per continuare a svolgere la tua professione serenamente. Se ciò non dovesse accadere, forse hai semplicemente bisogno di voltare pagina e cambiare contesto lavorativo.

 

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