Coronavirus e burnout, durante l’emergenza rischi più elevati.

La paura di ammalarsi, il timore di non essere più all’altezza della situazione. Il sospetto di aver contratto il virus e l’ansia di trasmetterlo a casa, alla propria famiglia, ai propri cari. Il contatto diretto e quotidiano con persone positive o con pazienti deceduti a causa del Covid-19. L’utilizzo per sette, otto, dieci ore consecutive di dispositivi di protezione individuale altamente fastidiosi, come mascherine e visiere protettive. Sono tutte circostanze che inevitabilmente generano nell’operatore sanitario uno stato di stress psico-fisico e di tensione emotiva che possono avere un impatto negativo sulla sua attività professionale, al punto da compromettere un’idonea e regolare condotta lavorativa. Psicologi, sindacalisti e studiosi qualche mese fa lanciavano già l’allarme: il rischio burnout è molto più elevato per i soggetti che nella lotta al Covid-19 sono in prima linea, e in particolare per tutti gli operatori sanitari impegnati negli ospedali, nelle Rsa, nelle case di cura, nelle cliniche, e in tutte le strutture socio-sanitarie, sia pubbliche che private.

Cos’è il burnout?

Esistono sul web centinaia di migliaia di articoli su questo tema che spiegano dettagliatamente il significato del termine. Nei corsi di formazione per operatore socio sanitari, l’argomento viene affrontato sistematicamente, a volte forse in modo sin troppo speculare, soprattutto quando si parla dei rischi correlati all’attività dell’Oss. Ciò che in questo spazio è necessario sottolineare è che il burnout è una forma di malessere che genera un inevitabile esaurimento psico-fisico e che interessa principalmente le cosiddette helper, professioni d’aiuto, come appunto gli operatori socio sanitari. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha di recente riconosciuto il  burnout come “sindrome da stress da lavoro”. Una vera e propria malattia professionale che con il tempo può diventare invalidante per chi ne soffre. Non molto tempo fa, su tale tema, ho scritto un articolo, che forse può interessarti, dal titolo “Burnout, sette campanelli d’allarme”.

La sindrome di burnout ai tempi del Coronavirus.

Gli operatori sanitari sono senza dubbio tra i lavoratori maggiormente esposti al rischio di contrarre il virus. Lo dicono i numeri che hanno caratterizzato fino ad ora questa pandemia e che vedono medici, infermieri ed Oss tra le categorie professionali più colpite. Fino al 16 maggio, il Covid-19 ha causato la morte di 163 medici e 40 infermieri e fatto registrare oltre 37 mila contagi tra il personale socio-sanitario di tutta Italia. Dare una spiegazione a tali numeri è a dir poco ovvio, per non dire banale. Dati che scorrono impietosamente non solo su tutti i notiziari, sui siti d’informazione online e sui quotidiani cartacei, ma anche nella mente di ogni operatore della sanità che durante questa emergenza può aver sviluppato una forma di tensione emotiva più o meno marcata. A ciò si aggiunge che l’emergenza sanitaria ha imposto all’operatore di accettare un ulteriore sovraccarico di lavoro, un accrescimento del senso di responsabilità e di assumere comportamenti adeguati ai nuovi schemi organizzativi e gestionali. I doppi turni, la reperibilità, la carenza di personale non fanno altro che aumentare la mole di lavoro ed amplificare il problema. La persistenza nel tempo di queste condizioni può indubbiamente innalzare, nel personale sanitario, il livello di stress da lavoro che intanto rischia di diventare cronico. Un allarme che non deve essere assolutamente sottovalutato. La lotta al Covid non va fatta solo con i dispositivi di protezione individuale (Dpi) adatti a fronteggiare l’emergenza (mascherine, guanti, visiere protettive, ecc), ma anche con necessari e pronti interventi di supporto morale e psicologico finalizzati al miglioramento della qualità del lavoro (e della vita?) degli operatori sanitari coinvolti.

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