Nessuno ci chiami “eroi”.

Eroi, valorosi combattenti, angeli, eccetera, eccetera, eccetera. Sono soltanto alcuni degli appellativi attribuiti a tutti i componenti del personale sanitario in prima linea nella lotta al Covid-19. Appellativi intrisi di una retorica insopportabile che non sono stati risparmiati nemmeno a noi operatori socio sanitari, da sempre considerati “figli di un dio minore”, ultima ruota del carro di una sanità al collasso, che ancora fatica a riconoscerci come “figura sanitaria”.

L’ “eroe”, per definizione, è una figura straordinaria, spesso dotata di poteri soprannaturali, pronta a sacrificarsi per gli altri. Noi non siamo nulla di tutto di ciò. Il nostro è un lavoro, e non una missione. Una professione che non include gesta ultraterrene e straordinarie, ma azioni ordinarie. Non abbiamo poteri soprannaturali, ma una naturale attitudine all’aiuto verso i più deboli. Lo sapevamo anni fa, quando abbiamo deciso d’intraprendere questo percorso professionale. Ne abbiamo avuto conferma in questi giorni.

C’eravamo prima del Covid-19, ci siamo e ci saremo anche quando questo virus sarà solo un brutto ricordo. Quando ciò accadrà non dovranno ricordarci come “eroi”, ma come professionisti. In questi giorni migliaia di operatori sono stati inviati nei vari reparti Covid di tutta Italia. Sono gli “eroi” di oggi ma anche i precari di domani. Perché per loro non esiste nessuna possibilità di stabilizzazione. Gli “eroi” vivono nel ricordo. Noi non vogliamo essere un ricordo, ma parte integrante di una realtà diversa, migliore, più giusta.

Marco Amico (fondatore e curatore di Oss Online).

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