La Giornata Mondiale del Malato, ma anche di chi lo assiste: medici, infermieri, Oss.

È in programma domani l’edizione numero ventisette della Giornata Mondiale del Malato, un’iniziativa promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana (Cei) ed incentrata su un messaggio di grande speranza tratto dal Vangelo di Metteo, rivolto alle persone che in questo momento soffrono a causa di una malattia: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Nonostante i contenuti fortemente religiosi di questa commemorazione, vorrei osare trasferire un tema così importante, quale quello della sofferenza umana, in una dimensione un po’più laica, ed estendere la forza di tale messaggio non solo a tutti gli ammalati e alle loro famiglie, ma anche a chi, per ragioni professionali, è quotidianamente a contatto con pazienti costretti a fare i conti con una patologia più o meno grave: medici, infermieri ed operatori socio sanitari.

La “persona” prima del “malato”.

Il nostro ruolo nell’assistenza alla persona sofferente è di centrale importanza in ambito socio-sanitario ed è per questo motivo che oggi, alla vigilia della Giornata Mondiale del Malato, ho deciso di dedicare un piccolo spazio del mio blog a questo tema. Mi riferisco soprattutto a tutti i colleghi Oss, che forse più di ogni altro vivono più da vicino la malattia del degente. L’essere a contatto, tutti i giorni, con persone che stanno male può essere un’esperienza straziante non solo per le famiglie dell’assistito ma anche per noi operatori. Una sofferenza che spesso accompagna il paziente fino alla morte, altro momento inevitabile e drammatico per chi trascorre, per motivi di lavoro, molto tempo nelle strutture sanitarie. La sofferenza, anche quella altrui, ci rende particolarmente sensibili ed impotenti di fronte al dolore. A volte può generare in noi un senso di inadeguatezza ed indurci a mettere in discussione le nostre capacità, la qualità del nostro operato e persino il nostro percorso professionale.  Ci si dimentica troppo spesso che dietro ad una corazza, rappresentata da un camice blu, bianco, rosso, verde, si cela sempre un essere umano, con le sue paure, le sue debolezze e le sue fragilità. In altri casi, al contrario, il contatto diretto e prolungato con pazienti costretti a letto ci può rendere totalmente indifferenti dinanzi al dolore. Ed è proprio questo, a mio avviso, il rischio maggiore a cui siamo sottoposti, vale a dire la maturazione di una sorta di abitudine alla sofferenza e la conseguente tendenza a considerarla una normale componente del lavoro. Quest’ultima è forse solo una corazza che ci imponiamo di indossare per difenderci da una realtà cruda e drammatica. Ed è così che il paziente sofferente rischia di essere tristemente considerato solo un numero, uno dei tanti che si apprestano ad andare incontro ad un destino ineluttabile. Non è questo ovviamente lo spirito giusto con cui affrontare certe situazioni. Non dobbiamo mai dimenticare la finalità del nostro lavoro, e cioè l’assistenza alla persona, che viene prima dell’assistenza al malato. L’attitudine all’ascolto, l’empatia, la comunicazione con il paziente, non sono solo concetti astratti appresi duranti i corsi di formazione professionale, ma sono dei canali importanti per poter instaurare un rapporto umano con il degente. Anteporre la persona alla malattia serve a migliorare la qualità del nostro lavoro e a costruire una base etica alla nostra nobilissima professione.

 

 

Il curatore e fondatore di Oss Online,

Marco Amico.

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