L’aggressione al personale sanitario: un problema culturale.

Le statistiche sono impietose e non promettono nulla di buono. Secondo i dati forniti nei mesi scorsi dall’Inail, in Italia si registrano tre aggressioni al giorno ai danni di medici, infermieri ed operatori socio-sanitari. La questione è stata affrontata anche in parlamento, mentre in alcune parti d’Italia sono partiti i primi corsi di autodifesa rivolti ai sanitari. Uno scenario davvero preoccupante che mi induce inevitabilmente a riflettere e a condividere con voi il mio punto di vista riguardo a quello che sembra un fenomeno sempre più in crescita nel nostro Paese. La mia non è un’analisi antropologica (non possiedo le competenze per fare un lavoro del genere), ma semplicemente il tentativo di fornire una spiegazione razionale ad un problema che imbarazza tutta la sanità italiana e non solo.

Ecco alcuni numeri.

Le statistiche fornite dal web riguardo al numero relativo agli episodi di violenza registrati negli ambienti sanitari sono discordanti. Le fonti più attendibili sono due, quelle cioè ricavate dall’Inail, l’ Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro, e le informazioni date dalla Fiaso, la Federazione italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere. Dall’Inail ricaviamo che in Italia si verificano oltre tre aggressioni al giorno nei confronti del personale sanitario. Dunque quasi 1200 casi in un anno, di cui  456 denunciati all’interno delle unità operative del Pronto soccorso, 400 nelle corsia e 320 negli ambulatori. Tuttavia, questi dati si riferiscono esclusivamente ad episodi denunciati regolarmente alle forze dell’ordine. Se si tiene conto, infatti, degli eventi violenti non denunciati (per vergogna o per timore) questo numero è destinato impietosamente a crescere. Secondo la Fiaso, infatti, in Italia sarebbero oltre 3000 le aggressioni ai danni di medici, infermieri e operatori socio-sanitari. (fonti: Sicurezzamagazine e Adnokronos)

La questione approda anche in Parlamento.

Questi numeri hanno acceso un interesse mediatico intorno ad un problema che è stato inevitabilmente affrontato anche in Parlamento. Nel mese di settembre il Senato ha approvato all’unanimità un ddl (disegno di legge ) per la sicurezza delle professioni sanitarie. Il provvedimento prevede un deciso inasprimento delle pene e stabilisce inoltre l’istituzione di un Osservatorio nazionale per la sicurezza, un organo con competenze di monitoraggio che dovrà essere istituito dal Ministero della Salute.

Un problema (forse) culturale.

Si recano al Pronto Soccorso per essere curati ed invece diventano protagonisti di atti violenti verso il malcapitato di turno, il primario, un infermiere o un semplice operatore della sanità. A volte basta un niente, un invito ad essere più pazienti, o un’affermazione infelice e non gradita, percepita da pazienti (in realtà poco pazienti) come una provocazione tale da giustificare un atto di violenza. Le tante notizie sulla malasanità, sulle carenze di personale nelle strutture ospedaliere o sulle lunghe attese al Pronto Soccorso, hanno sicuramente (e forse anche giustamente) un riscontro negativo sull’opinione che la gente si fa ogni giorno della sanità italiana. Un settore, quest’ultimo, che certamente non brilla, tranne che per rare eccezioni, per qualità ed organizzazione. Tuttavia, almeno secondo il mio modesto parere, le deficienze di una sanità imperfetta non sono assolutamente alla base del problema, le cui origini sono ben più complesse. Che sia un medico, un infermiere o un Oss, il discorso non cambia. L’operatore sanitario in generale è in realtà il capro espiatorio di una società marcia, in cui la giustizia “fai da te” rappresenta una legittima possibilità. Un’idea quest’ultima sempre più diffusa al mondo d’oggi e non solo nella sanità ma in ogni settore. Come un arbitro di calcio, l’operatore della sanità è il “cornuto” per eccellenza, anche quando non commette errori. Come un docente o un poliziotto, il sanitario non viene giudicato sulla base del proprio operato, ma per ciò che rappresenta. Sono fortemente convinto che all’origine dell’azione violenta commessa da un paziente non risieda il bisogno di assistenza immediata, intesa come la rivendicazione di un diritto legittimo. Il motivo di tanta rabbia repressa è figlia di un problema culturale molto più profondo. Lo stesso problema che induce alcuni utenti a recarsi al Pronto Soccorso per dei decimi di febbre e a pretendere un’assistenza tempestiva. Non è un caso che i fatti di cronaca che parlano di aggressioni sanitarie hanno prevalentemente come protagonisti in negativo pazienti in “codice verde”. Del resto se si possiede una forza fisica tale da causare la frattura della mandibola ad un operatore, come è successo nei giorni scorsi a Napoli, significa che l’autore di tale ignobile azione non stia poi così male.

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